Cos'è il saper vendere?
La capacità di saper parlare? Saper cogliere le debolezze e le nevrosi del cliente? Saper ascoltare? Saper trovare i punti deboli dell'interlocutore? Saper tacere al momento giusto? Saper enfatizzare? Saper mentire? Saper inventare l'inesistente? Saper indorare la pillola? Saper giocare d'astuzia?
Per molti è tutto questo, ma per chi fa, o ha fatto, questo mestiere non è così. Non è un "saper fare", certo ci vuole tecnica, conoscenza di psicologia della vendita, spirito di osservazione ma saper vendere è anzitutto sapersi relazionare col prossimo, saper entrare in sintonia con le persone, sapersi mettere nei loro panni, poiché solo così si possono aiutare le persone a stare meglio e dunque a far stare meglio il venditore. La vendita è un'operazione a somma positiva, una di quelle azioni cioè in cui tutti hanno un guadagno: il cliente, il venditore, la casa mandante. E la dote che conta ha un nome ben preciso: empatia.
La vendita non è aggressione, non è raggiro ma è proposta, condivisione e relazione. Con un atto di forza mi impongo, e avrò anche fortuna per una o più volte ma non sempre, anzi il cliente mi vedrà come qualcuno da cui difendersi, qualcuno da rifuggire, qualcuno che rappresenta un ingombro da contenere, un'ostilità con cui fare i conti.
La vendita, quella efficace, quella costruttiva, quella che dura nel tempo invece è fatta di intesa, di soluzioni non di problemi, è fatta di successi condivisi, magari piccoli ma costanti. Il vero venditore non vince il cliente ma lo con-vince, vince insieme a lui, perché ciascuno dei due ha il suo vantaggio. La chiave di tutto questo è l'empatia, la capacità di relazionarsi con gli alti, e l'empatia è fatta di due grandi virtù: coerenza con sé stessi e trasparenza con gli altri.
La coerenza con sé stessi è vitale perché comporta autocontrollo e capacità di rinuncia per un bene maggiore in un futuro a medio termine, la trasparenza con gli altri è la base per infondere fiducia nel prossimo e far contare su di noi, rendendoci punti di riferimento per i nostri clienti.
Il mondo del business è fatto di equilibri precari in continua evoluzione, non vince chi fa i colpi grossi, ma chi fa buoni affari duraturi nel tempo.
lunedì 9 maggio 2016
Imporsi o proporsi, questo è il dilemma
Etichette:
affari,
commercio,
empatia,
forza,
operazione a somma positiva,
saper vendere,
uomo di vendita,
vendere,
vendere è come radersi,
venditori
martedì 3 maggio 2016
I primi venditori
Commesse, segretarie, operai,
meccanici, tecnici, impiegati, collaboratori: tutti coloro che varcano ogni
giorno la soglia dell’impresa (piccola o grande che sia) e ogni sera tornano a
casa con qualcosa in più o in meno: il piacere di lavorare.
In tempi di crisi è
difficile essere sempre positivi: spese, tasse, mercati in recessione,
difficoltà nei pagamenti sono altrettanti motivi per portare nella propria
ditta un muso lungo così. Ma quello che inneschiamo, senza rendercene conto,
con un simile comportamento è il radicamento della negatività, di una visione
delle cose amara, di un orizzonte breve.
Nella sua biografia di Steve Jobs, Jay
Elliot ricorda un concetto importantissimo: "Non dobbiamo mai dimenticare che il comportamento dei dipendenti che
stanno a contatto con il pubblico influenza molto l'idea che i clienti si fanno
della nostra azienda."
C’è poco da fare, se nell’azienda portiamo
malumore questo si rifletterà nel clima che aleggia negli uffici, ogni
dipendente, dal più vicino al più lontano, porterà con sé parte di questo
malumore e lo spargerà con i clienti, i fornitori, in famiglia, con gli amici,
con le persone care che a loro volta si faranno l’idea che lavorare in
quell’impresa, per quell’artigiano, in quella bottega, in quel negozio
dev’essere davvero triste e un’azienda così non lavora bene.
Possiamo davvero
credere che queste persone compreranno, consiglieranno, frequenteranno quella
ditta? Possiamo davvero credere che varcare la soglia di un luogo di lavoro ove
regna silenzio, austerità, tristezza invogli a continuare a lavorarci? Certo,
in tempi difficili, pur di portare a casa uno stipendio è difficile che
qualcuno si dimetta, ma lavorare con entusiasmo è un’altra cosa.
Portare in
azienda un buon clima significa anzitutto voler bene a sé stessi, condurre una ditta in
cui i dipendenti, seppur consci dei momenti difficili, credono in quello che
fanno, in cui una radio (a volume accettabile) suona musica che alleggerisce
gli immancabili momenti pesanti, in cui il titolare non è temuto ma stimato e
rispettato, significa aiutare a dare speranza, significa spargere intorno al
proprio disegno imprenditoriale positività che prima o poi ritorna.
Esasperare
chi collabora con noi, rendergli la vita amara, è solo un gesto stupido che,
prima o poi, conduce al declino oppure riduce le possibilità di successo
facendo in modo che l’azienda si accontenti di piccoli risultati quando
potrebbe ottenerne di ottimi.
Il dipendente è anzitutto una persona e, come
tale, va rispettata, se sapientemente motivata può contribuire alle fortune dell’impresa. Se, al contrario, è umiliato e frustrato, darà il minimo per
mantenere il posto ma non di più e questo, fuori dall’impresa, si vede e
parecchio.
Il coraggio dell’ottimismo è il vero segreto di un’impresa di
successo.
Etichette:
clima aziendale,
dipendenti,
futuro,
impiegati,
imprenditori,
imprese,
lavoratori,
lavoro,
operai,
ottimismo,
rispetto,
segretarie,
successo,
tecnici,
venditori
mercoledì 27 aprile 2016
Pronto? Mica tanto!
Sì qualcuno li chiama ancora così: i telefonini. Oggi sono smartphone, ci consentono di navigare in Internet, controllare il nostro computer in ufficio, organizzare i nostri affari, scrivere documenti, gestire siti internet e blog, inviare e-mail e moltissimo altro. Ma alla fine c’è una cosa che fa, ed è la più importante: fare e ricevere telefonate.
Potrà sembrare strano ma questo ruolo è spesso gestito molto male. Vediamo alcuni casi:
Il telefonino può essere un ottimo alleato dell’imprenditore, ma se lo usiamo male può rivelarsi una severa fonte di guai. Il telefono portatile, qualunque siano le sue prestazioni è uno strumento ormai indispensabile. Quando non c’era si faceva lo stesso a meno perché non ce l’aveva nessuno, oggi ce l’hanno tutti e quindi fare senza è davvero difficile, specie se si è imprenditori.
Potrà sembrare strano ma questo ruolo è spesso gestito molto male. Vediamo alcuni casi:
- Quelli del telefono sconosciuto, o è il nostro (per goderci uno dei pochi diritti che ci rimangono decidiamo di nascondere il nostro numero di telefono) o è quello di un potenziale cliente. Sovente non si risponde “…io se non vedo il numero non rispondo…” Bravo! E se è un cliente potenziale? “…io non voglio che vedano il mio numero di cellulare: è personale…” Ottimo! E se chi chiami non risponde ai numeri sconosciuti? Ecco due ottimi modi per perdere possibili affari.
- Quelli che non rispondono e questo sembra plausibile: siamo impegnati, il lavoro, le riunioni, momenti personali… “…se è importante richiama…” Vero! Ma se intanto telefona anche al concorrente che invece risponde al telefono o richiama appena può? Non richiamare chi ci ha cercati, se siamo imprenditori, è un altro ottimo sistema per perdere opportunità di fare affari.
- Quelli che non rispondono mai, a differenza dei precedenti costoro tendenzialmente dimenticano il cellulare a casa, in auto o in negozio ma poi richiamano. Può succedere una volta, ma a questa categoria succede praticamente sempre “…sono tanto impegnato…” Bene! Pensa: lo è anche chi ti sta telefonando… Altro sistema di perdere opportunità.
- Quelli che "...adesso non ho tempo, richiami..." Come se solo loro avessero i minuti contati… e poi quel "richiami". Richiami? Un potenziale cliente, un contatto d’affari, se ci ha cercati è cortesia richiamarlo, se non lo facciamo è scortesia e, si sa, gli affari non vanno mai a braccetto con la maleducazione, anche perché chi maltrattiamo oggi, non sappiamo se è chi conterà domani, almeno per noi.
- Quelli che smaniano di finire la telefonata come se chi li chiama fosse un inutile impiccio: se hanno chiamato vuol dire che un motivo ce l’hanno “…io lo odio il telefonino…” Certo! Ma se lo usassi come si deve, renderebbe. Del resto anch'io detesto il cavolfiore. Ma fa bene!
Il telefonino può essere un ottimo alleato dell’imprenditore, ma se lo usiamo male può rivelarsi una severa fonte di guai. Il telefono portatile, qualunque siano le sue prestazioni è uno strumento ormai indispensabile. Quando non c’era si faceva lo stesso a meno perché non ce l’aveva nessuno, oggi ce l’hanno tutti e quindi fare senza è davvero difficile, specie se si è imprenditori.
Etichette:
affari,
artigiani,
business,
cellulare,
cellulari,
computer,
comunicazione,
contatti,
educazione,
imprenditori,
imprese,
smartphone,
tecnologia,
telefonare,
telefonata,
telefonate,
telefonini,
telefonino
mercoledì 13 aprile 2016
Chi è sazio sta fermo, chi ha fame si muove sempre
Tanti sono i significati della parola Sicurezza: pubblica, personale, militare, lavorativa, sociale, familiare, dei dati, psicologica e, infine, ma soprattutto, commerciale. Di frequente capita di sentirmi dire "questa cosa
funziona così, sono sicuro di quello che faccio per cui non cambio".
Questo
concetto di sicurezza, sebbene comprensibile, è poco condivisibile. La sua
adozione sistematica conduce al radicamento in quello che si fa e al
conseguente allontanamento dall’innovazione e sperimentazione oltre alla decadenza
nel tempo.
Ammettiamolo: sperimentare è rischioso, costa sia in termini
economici (materiali sprecati, tempo dedicato) sia in termini psicologici
(incertezza, delusioni, fatica). Eppure le grandi innovazioni nascono proprio
da questi “dolori”, da questa capacità di provare, di sperimentare, di non
accontentarsi di quel senso di sicurezza che offre ciò che si sa fare bene e
non tradisce mai, perché una cosa è fondamentale per chi lavora in proprio, per
chi crea, per chi fa artigianato in ogni settore: non ci si può mai
accontentare, e un artigiano è qualcuno che ama il proprio lavoro (altrimenti
farebbe altro).
Un antico proverbio Zulu recita che “chi è sazio sta fermo, chi ha fame si muove sempre”; chi ha una
partita Iva non può stare fermo, e non può farlo per tante ragioni: tanto per
cominciare perché tutto è in movimento, i mercati (di qualunque dimensione, di
qualunque area geografica, di qualsiasi continente) sono in perenne cambiamento
(che non sempre significa evoluzione),
la concorrenza è continuamente in agguato (c’è sempre qualcuno pronto a
mettersi in gioco e per farlo deve creare cose nuove, anche minime, ma quanto
basta a rosicchiarci una buona fetta di profitto), la politica cambia
continuamente le regole del gioco rendendo difficile ciò che prima era facile e
viceversa, la finanza capovolge le tendenze dei mercati, le congiunture
producono comportamenti d’acquisto imprevedibili, noi stessi siamo
continuamente stimolati e condizionati da nuove idee, proposte, esigenze.
È impossibile restare fermi, è pericoloso ancorarsi alle certezze che ci hanno
sostenuto finora. Anzi, la nostra vera
sicurezza deve essere quella di essere sempre in cammino, sempre pronti ad
abbandonare il certo per l’incerto
sicuri che, com’è già capitato, ogni passo in avanti sarà prima o poi un
successo. Del resto l’esperienza e il buon senso (dote fondamentale da usare
sempre e in ogni dove) saranno sufficienti a non farci fare delle stupidaggini,
potremo sbagliare qualcosa ma ben difficilmente faremo un fiasco totale.
Un’innovazione che non offre i risultati
sperati da qualche parte ci ha comunque condotti, qualcosa ce lo ha lasciato.
Sta a noi saperne cogliere e leggere le potenzialità e pensare a nuove sfide senza perdere di vista gli
errori commessi. Come dice un antico adagio italiano: “sbagliando s’impara”. Migliorando.
martedì 5 aprile 2016
Più ne sai meno ti pago
Succede spesso, molto più frequentemente di quanto si pensi.Il cliente richiede una consulenza su un servizio e chiede lo sconto. Lo fa in buona fede, perché è abituato così, ma non considera un parallelo impossibile da praticare: la competenza.
Facciamo un esempio: se mi rivolgo ad un piastrellista per farmi rifare i pavimenti di casa e chiedo lo sconto, l'artigiano per stare dentro i costi e trarre il proprio profitto dovrà risparmiare su qualcosa, magari mi fornirà piastrelle di seconda scelta sperando che tutto vada bene, ma alla fine lo sconto avrà avuto una sua logica e sarà stato "sfogato" da qualche parte.
Su una consulenza invece che può fare il consulente? Offrire una parte minore di consulenza? Può dare un "sapere minore" al cliente?
Un consulente viene pagato per quello che sa, non per quello che fa.
Se io ho determinate competenze, o le ho (e quindi le esercito) o non le ho. Non posso offrire una versione minore di quello che so, semplicemente perché essa non esiste.
La parcella tiene conto dei costi, fissi e variabili, del tempo dedicato al cliente, di quanto ci si è spesi in corsi, aggiornamenti, seminari, studio e quant'altro necessario per offrire al cliente la soluzione migliore.
Al massimo l'unico sconto plausibile è quello marginale sul tempo: se mi chiedi di fare gli aggiornamenti di sicurezza su un sito internet e creare gli articoli per il tuo blog, facendo le due cose nella stessa giornata e non in tempi diversi, posso metterci per ciascuna di esse un po' di meno e quel "po' di meno" posso scontarlo, ma nulla di più.
Non sono i documenti che vengono scritti, magari frutto di un copia-incolla di proprio altro materiale, che determinano il valore della consulenza svolta, ma la competenza necessaria che si è acquisita per fare in modo che essa sia realmente utile al cliente e gli permetta di ottenere il meglio al giusto costo.
Etichette:
affari,
artigiani,
avvocati,
competenze,
consulenza,
consulenze marketing,
imprenditori,
imprese,
legale,
privacy officer,
sconto,
web marketing specialist
martedì 29 marzo 2016
L'importanza della paura
"Vendere è come radersi, se non lo fai tutti i giorni diventi un barbone", è un proverbio che gira da decenni e decenni fra i venditori. In sostanza rappresenta il ruolo fondamentale, quello della vendita, all'interno di un'attività commerciale di qualsiasi dimensione (da quella individuale alla multinazionale).
Cosa spinge le persone a vendere? La risposta più ovvia potrebbe essere data dal desiderio di guadagnare, dalla necessità di vivere e sopravvivere procurandosi la "pagnotta". Ma se questa fosse la sola spiegazione, non solo sarebbe ben poca cosa, ma sarebbe anche incompleta e imprecisa.
La vendita è un atto del commercio che risponde a diverse istanze, dall'autostima alla soddisfazione di un bisogno, dal contatto empatico al piacere di convincere (parola intesa come insieme di "vincere-con") qualcuno a fare affari con noi per trarne un vantaggio che è vantaggio di tutti.
La vendita però è anche un atto certo, un atto che preserva dal futuro, è il presente che affranca dai timori di ciò che sarà domani. Potremmo dire, per usare le parole di Roberto Albenga, psicologo del lavoro, mio stimato amico e cliente che "La paura di star male domani, può aiutarci a star bene oggi".
Le imprese non vivono in eterno, molte di loro hanno il futuro segnato dagli errori di oggi e fra questi quello di non dare sufficiente attenzione al ruolo della vendita nell'esercizio dell'attività o darlo per scontato basandosi su assunti teorici o empirici, ricchi di errori e sottovalutazioni.
La paura, quella positiva che produce comportamenti virtuosi è un insieme di "allarmi" che vanno ponderati e affrontati con lucidità e determinazione.
Ci sono tante paure che aiutano a vendere bene:
- paura di non sopravvivere
- paura di non cogliere le vere esigenze del cliente
- paura di essere nel posto sbagliato col prodotto/servizio sbagliato
- paura della concorrenza agguerrita
- paura del fallimento
Ci sono altrettante soluzioni che aiutano a trasformare la paura in successo:
- la paura di non sopravvivere la si affronta con la pianificazione delle vendite, organizzando argomentario e database;
- la paura di non cogliere le vere esigenze del cliente la si supera studiando attentamente il cliente prima della visita, il quartiere o il settore di appartenenza;
- la paura di essere nel posto sbagliato col prodotto/servizio sbagliato la si vince studiando preventivamente i prodotti/servizi che tratta o produce il cliente e analizzando le informazioni sul territorio e i mercati che lo riguardano;
- la paura della concorrenza agguerrita la si risolve studiando attentamente i prodotti e i servizi che essa propone, non possiamo pensare di avere solo noi un prodotto/servizio che sia la soluzione efficace per il cliente, ma possiamo pensare che, rispetto alla concorrenza, ciò che offriamo abbia qualcosa di diverso che può essere vantaggioso per il cliente, anche solo la nostra attenzione o cura in più potrebbe rappresentare l'arma vincente;
- la paura del fallimento è un fatto interiore su cui poco influisce l'esterno (ma molto come noi ci rappresentiamo la realtà e abbiamo preparato l'azione), e vale la pena ricordare il concetto secondo cui non esistono fallimenti ma solo risultati e quindi, se il fallimento non esiste, non abbiamo motivo di essere preoccupati di qualcosa che non c'è. Qualunque sia l'esito della vendita, non possiamo trascurare le cose utili che abbiamo imparato e che abbiamo portato nel caso specifico e quanto questo ci servirà per futuri successi.
In conclusione la paura della vendita in sé è sterile o addirittura negativa, ma diventa un punto di forza se ci permette di evitare insuccessi e ci spinge a migliorarci per ottenere nuove soddisfazioni.
mercoledì 7 ottobre 2015
Le parole giuste
Mi capita spesso di trattare con clienti che per risparmiare hanno adottato un sito internet buono un po' (a loro parere) per tutte le stagioni e per tutti i clienti.
Non funziona così. I siti internet commerciali devono comunicare l'impresa, devono parlare al navigatore e fare molte cose: orientarlo nelle scelte, spiegargli "chi è" l'impresa, perché fidarsi di essa, vendere attraverso l'e-commerce, dialogare, coinvolgerlo, stimolarlo.
Le imprese sono diversissime fra loro, anche quando operano nello stesso settore, poiché nascono da idee e sogni diversi, perché ciascun imprenditore ci mette il "sé" nella propria attività, il suo disegno e la propria visione del lavoro. Come potrebbero dunque gli stessi contenuti andar bene per tutti?
Ma non basta! Le imprese non sono dei monoliti, fanno cose diverse, si rivolgono a mercati differenti, ci sono infatti ditte che producono articoli e ne commercializzano altri, complementari magari, affini se vogliamo, ma che probabilmente sono destinati a consumatori differenti o agli stessi consumatori ma con esigenze diverse.
Se parliamo di imprese che trattano sia ingrosso che dettaglio le cose si complicano ancora di più.
In molti casi, quasi sempre direi, è opportuno dotarsi di siti differenti, destinati a clienti diversi, a mercati differenti. L'ingrosso si rivolge al B2B (gli affari fra imprese) e la comunicazione necessaria è diretta, immediata, tecnica, con strumenti (cataloghi, listini, scale sconti, schede prodotto ecc.) completamente diversi da quelli necessari a interagire con i consumatori (B2C).
Il consumatore deve essere informato sì, ma sopratutto coinvolto, il linguaggio e gli argomenti devono vertere prevalentemente sulla sfera emotiva e commerciale, dare risalto alla storia, alle persone, ai vantaggi di utilizzo dei prodotti, all'assistenza (quando prevista), alle modalità di acquisto, alla fidelizzazione del cliente.
Certamente due siti costano più di uno, ma se comunichiamo nel modo sbagliato ai mercati che ci portano i fatturati, rischiamo di fare più danni ad averlo un sito che a non averlo.
Se ci pensiamo bene, non si tratta di "quanti" siti dotarsi, ma di come articolare il progetto, poiché di esso fanno parte non solo i siti ma anche le strategie di web-marketing che passano anche per i social network, per l'email advertising, la pubblicità mirata ecc.
Le scelte migliori sono quelle ponderate, le scelte efficaci sono quelle adeguate ai mercati, e in mercati in continua evoluzione e cambiamento, rimanere sempre fermi non solo non fa avanzare ma fa addirittura retrocedere.
Non funziona così. I siti internet commerciali devono comunicare l'impresa, devono parlare al navigatore e fare molte cose: orientarlo nelle scelte, spiegargli "chi è" l'impresa, perché fidarsi di essa, vendere attraverso l'e-commerce, dialogare, coinvolgerlo, stimolarlo.
Le imprese sono diversissime fra loro, anche quando operano nello stesso settore, poiché nascono da idee e sogni diversi, perché ciascun imprenditore ci mette il "sé" nella propria attività, il suo disegno e la propria visione del lavoro. Come potrebbero dunque gli stessi contenuti andar bene per tutti?
Ma non basta! Le imprese non sono dei monoliti, fanno cose diverse, si rivolgono a mercati differenti, ci sono infatti ditte che producono articoli e ne commercializzano altri, complementari magari, affini se vogliamo, ma che probabilmente sono destinati a consumatori differenti o agli stessi consumatori ma con esigenze diverse.
Se parliamo di imprese che trattano sia ingrosso che dettaglio le cose si complicano ancora di più.
In molti casi, quasi sempre direi, è opportuno dotarsi di siti differenti, destinati a clienti diversi, a mercati differenti. L'ingrosso si rivolge al B2B (gli affari fra imprese) e la comunicazione necessaria è diretta, immediata, tecnica, con strumenti (cataloghi, listini, scale sconti, schede prodotto ecc.) completamente diversi da quelli necessari a interagire con i consumatori (B2C).
Il consumatore deve essere informato sì, ma sopratutto coinvolto, il linguaggio e gli argomenti devono vertere prevalentemente sulla sfera emotiva e commerciale, dare risalto alla storia, alle persone, ai vantaggi di utilizzo dei prodotti, all'assistenza (quando prevista), alle modalità di acquisto, alla fidelizzazione del cliente.
Certamente due siti costano più di uno, ma se comunichiamo nel modo sbagliato ai mercati che ci portano i fatturati, rischiamo di fare più danni ad averlo un sito che a non averlo.
Se ci pensiamo bene, non si tratta di "quanti" siti dotarsi, ma di come articolare il progetto, poiché di esso fanno parte non solo i siti ma anche le strategie di web-marketing che passano anche per i social network, per l'email advertising, la pubblicità mirata ecc.
Le scelte migliori sono quelle ponderate, le scelte efficaci sono quelle adeguate ai mercati, e in mercati in continua evoluzione e cambiamento, rimanere sempre fermi non solo non fa avanzare ma fa addirittura retrocedere.
Etichette:
artigiani,
commercio,
comunicazione,
contenuti,
imprenditori,
imprese,
microimprese,
negozianti,
siti internet,
social network,
socialnetwork,
web,
web marketing
Iscriviti a:
Post (Atom)



